Implode nel guscio vuoto
lo sguardo d’un ladro.
Mendace efferato,
ingiuria alle stelle.
Fati, precettori di iniquità,
chi ha steso il mio amore
in un corso sospeso?
Chi ha volto il mio petto
al calore d’un bagliore sferzante?
Era il riverbero della perdita,
ero l’ombra del cosmo.
Alle 2.24 ...sentivo il bisogno di poesia.
NonnaPapera
Avverto sofferenza, in questa tua poesia, la percepisco fin nei più piccoli spazi che separano ogni verso. " E' abbastanza ovvio", mi dirai, " anche un cretino se ne accorgerebbe", e sì certo, non posso che darti ragione. Ma la sofferenza di cui io sto parlando ( e anche quella che tu, credo, hai espresso) non è il semplice dolore per una storia terminata, o anche quello più grande per una cara perdita. Quello che ho letto in tutto ciò è sicuramente molto più profondo, molto più interiorizzato. Dentro questo agglomerato di (perfettamente) selezionate parole ho visto ergersi i più grandi interrogativi dell'animo umano, il topos onnipresente dell'inadeguatezza dell'ambizione di fronte all'immensità del Tutto. Vi ho visto chiaramente quell'inevitabile sensazione che solo la semplice proiezione della mente e delle sue ricerche può causare, una volta conosciute le barriere del limite, accumulando dubbi e domande che alimentao un ganglo in continua crescita, un cancro del sentimento destinato, prima o poi, ad esplodere . Ed è proprio con un, esplosione che inizia questa tua perla, esplosione che non solo è maestosa e dirompente, ma anche silenziosa, nascosta e quasi ingiusta, come il "mendace ed efferato" sguardo di un ladro. E questo è soltanto l'inizio, perché dopo, e soltanto dopo, viene la parte più bella: quella dell'analisi, dellala contemplazione, quella coppia scapestrata di richieste insicure e figlie di insicurezza rivolte, per via della loro fatalità, a chissà quale stramba divintà dell'universo. Ogni tua ambizione, ogni tuo più profondo sentimento sembra sorgere unicamente come una piccola scheggia di un qualcosa di più grande ma irragiungibile, la vita e i suoi avvenimenti si rivelano, di fronte all'immensità tutta , ben più di semplici frutti del caso; e allora ecco lì i due grandi interrogativi, ecco perché, forse, quei due infimi segni di punteggiatura prevalgono così tanto nella brevità struggente di questo testo. CHI ha steso il mio amore ? CHI ha volto il mio petto? E la domanda ancora è rivolta ad un Nulla sconosciuto, nella chiarissima consapevolezza che l'inefficenza soggettiva del mondo non potrà mai risolverene nanche uno dei tuoi problemi. E così, quel primo pensiero scatentante, scintilla originale di questa poesia , non può che risuonare come un bieco riverbero del tuo dolore in cui tu, semplice figlia del tempo, puoi sentirti solo come un velo ignorato, una tremula e sottile ombra del ben più grande ed interminabile Cosmo.
RispondiEliminaSpero di avero colto nel segno.
Semplicemente splendida.
Idea.