Guardo dei ragazzi raccolti intorno a una piazza. Osservo dei ragazzi seduti sui gradini di quella piazza importante, dove ogni giorno passano molte persone, ognuna chiusa nella propria esistenza, un riccio impenetrabile di quotidiana ordinari età. Scruto questi ragazzi, le bottiglie di birra che rotolano giù per i gradini fanno un rumore sordo, un’eco dei miei pensieri. Scandiscono il tempo, ogni volta che ne rotola giù una il tempo è scorso nella clessidra, sempre un po’ di più. Mentre i ragazzi vagano inquieti. Il quadro all’improvviso prende forma, perché mi rendo conto che sono qui anch’io. Sono in mezzo a loro. Mi sembra strano, sarà perché non li sento. Le loro voci, il fumo di sigaretta che mi impregna le narici, il sapore della birra a basso costo che mi hanno offerto…nulla di tutto ciò riesce a smuovermi. Mi sembra sempre di guardarli da lontano. Non mi sento a disagio, non mi creano nessun fastidio. È solo che è bello osservarli, come se mi trovassi a miglia di distanza da loro. E invece sono qui. Sono qui che osservo e forse…non so, mi passano per la mente strani pensieri, transitano sul litorale del mio intelletto, ondeggiano lievi quando ondate di realtà mi travolgono. Sto iniziando a capire, mi sento più vicina. A tutto.
Sto puntando un binocolo su di loro, li metto a fuoco, come per dover scattare una fotografia imprimendo nella mia mente quest’immagine, questo momentaneo blackout del tempo. La clessidra ora è ferma, c’è stato un corto circuito. Per fortuna, così io posso scattare la mia fotografia e studiarla affondo. Siamo una generazione veloce. Ho detto noi, è vero, anche se vedo questi ragazzi col binocolo mi sento sempre chiamata in causa. E quindi siamo. Siamo una generazione-emozione. Mi spiego.
Mentre ascolto gli altri mi rendo conto di un sacco di cose. La prima che mi colpisce è questa: parlano in un linguaggio a me conosciuto ma che a molti potrebbe sembrare una nuova lingua, un idioma inesplorato e privo di senso. Lo fanno apposta, inconsciamente ma apposta. Non vogliono essere capiti perché non è quello che interessa loro. Vogliono sconvolgere, creare disorientamento in chi non li capisce, non lo fanno per loro, si capiscono in molte lingue. Riuscirei a capirli in molte lingue. Eppure…eppure questo linguaggio viene comodo. Proprio perché non è socialmente apprezzato. Usiamo termini inglesi, termini nuovi, termini inventati, gutturali suoni infantili. Uccidiamo l’italiano. Lo so, a volte mi rivolgo a noi ed altre a loro, sarà che questi binocoli non inquadrano bene e alle volte vedo tutto molto lontano. Lontano da ciò che sono. Ma questo senso di calore, da familiarità se vogliamo dirlo…ecco, i binocoli lo lasciano passare a tratti. Torniamo al loro linguaggio. C’è una cosa fondamentale. È una lingua veloce. Parliamo veloce, pensiamo veloce, facciamo errori ma non ci correggiamo per essere sempre più veloci. Bestemmiamo solo per farci guardare male dalle anziane benpensanti che passeggiano con le nipotine. Ci esprimiamo scurrilmente solo per il piacere sado/maso di leggere nei loro occhi la paure e vedere scorrere come su uno schermo i loro pensieri “Mio nipote non diventerà mai così”. È perché ci piace lo spettacolo, lo scandalo. Un altro appunto. Ci piace la droga. A tanti, a tantissimi. Non sto più parlando solo della piazza, i miei binocoli girano vorticosamente per farmi apprendere altre realtà così simili alla mia, lì intrappolata in quella piazza eppure completamente fuori da essa. Ci piace la droga perché è veloce. Perché rende tutto veloce, perché ci fa sentire onnipotenti. Ci piace perché amiamo lo sballo. E questo è il mio secondo punto. Cerchiamo lo sballo, lo cerchiamo ovunque e comunque lo cerchiamo sempre. Usciamo per sballarci, balliamo per sballarci beviamo per sballarci ci droghiamo per sballarci. Quello che non ci crea sballo è noioso. E noi odiamo la noia. È il nostro peggior nemico, la odiamo perché fuggiamo da essa come una gazzella fugge dal leone affamato. Non sappiamo fermarci, dobbiamo fuggire. La noia è la nostra peggiore paura. La noia porta silenzio il silenzio porta pensieri i pensieri portano…non si sa mai, per noi i pensieri non portano da nessuna parte. O ti fanno deprimere. È per questo che vogliamo la velocità. Più velocità meno pensieri zero noia. E così teniamo lontani i nostri fantasmi. Siamo una generazione veloce perché vogliamo fare mille cose. La fatica però ci spaventa e ci tiene a freno. Siamo una generazione veloce perché ci teniamo aperte mille porte. Siamo una generazione veloce perché non sappiamo concentrarci. A volte nemmeno su noi stessi. Quando pensate a loro (sì, mi estraneo, parlo di loro con la freddezza con cui un medico fa la perizia di un cadavere) non immaginatevi musica tekno, scritte strane con i glitter, pasticche, serate in discoteca, strani modi di vestire, tagli di capelli eccentrici e amanti di Moccia. Guardate più avanti. Non ho detto che avanti ci sia il meglio, solo che c’è la verità. Fate un passo indietro per vederli. Non la vedete la velocità? Siamo veloci perché vogliamo tutto e subito. Siamo veloci perché vogliamo lo sballo subito. Siamo veloci perché ci sembra sempre che tutto sparisca troppo in fretta. Siamo veloci perché vogliamo le esperienze. Siamo veloci perché vogliamo provare qualsiasi cosa. Siamo veloci perché vogliamo emozioni. Vogliamo emozionarci, ma di emozioni leggere, lievi. Emozioni che ti sfiorano la pelle e poi evaporano come gocce d’acqua. Emozioni che regalano i brividi per poco tempo. Perché la clessidra scorre, scorre sempre troppo in fretta per noi. Per noi. Per loro. Loro che vogliono di più. Sempre di più. Perché il più, quasi sempre, è velocissimo. Siamo veloci perché siamo cinici e disillusi. Siamo veloci perché non volevamo già più essere bambini quando lo eravamo appena. Siamo veloci. Sono veloci.
A questo penso, mentre mi guardo intorno. Rifletto su tutto lo sballo e la velocità del mondo, mi chiedo solo se è quello che voglio. Ma per non rifletterci troppo lo scrivo. Scrivere è veloce quando vuoi scaricare e svuotare il contenuto della tua testa su un foglio. Scrivere è la più bella velocità che conosco. In fondo, anch’io sono veloce.
NonnaPapera
Ho sempre pensato alla velocità come al fondamentale emblema di questa società moderna e mercantile, trovando in seguito, semplicemente vivendo, le prove più eloquenti a tutti gli immensi castelli mentali che un semplice pensiero come questo poteva ispirarmi. Io trovo che quest'adolescenza contemporanea, questi piccoli martiri così fuori dal tempo, sia tremendamente affascinante. Sarà per le esperienze precoci, sarà per l'estremamente alta reperibilità delle informazioni, ma i ragazzi d'oggi, a differenza di quelli di ieri, sono stati capaci di crearsi un universo tutto loro, una dimensione parallela che io, personalmente, interpreto ( forse in maniera un po' stupida ) come l'unico prodotto possibile di una civiltà frentica ed inadatta alla crescita. In queste tue splendide parole c'è la risposta a molte delle domande che ognuno di noi -ne sono certo- ogni giorno si pone. Con la tua profondità d'analisi tu sei riuscita non solo a descrivere questo nostro piccolo grande mondo, ma anche a renderlo pienamente, con modalità tali che solo noi ragazzi, solo noi "ignoranti e disinteressati" potremo carpirne il vero significato. Solo noi, che leggiamo Baudelaire e non sappiamo la geografia; solo noi, che beviamo e sfidiamo e non abbiamo paura; solo noi, che pensiamo di non valere e invece siamo molto più di chiunque altro. Soltanto noi: un futuro diverso, libero. Il futuro possibile solamente dopo anni di velocità e millenni di diversità, riposando e rinsavendo, contemplando e analizzando.
RispondiEliminaDecifrando e commovendo.
Con affetto
Idea